Il percorso acqua e terra .. - Ecomuseo Valli Oglio Chiese

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IL PERCORSO ACQUA E TERRA, UNA RISORSA

E’ pure un trampolino per ulteriori scoperte del Parco Oglio Sud, in particolare delle Oasi di Runate e Gerra Gavazzi, della Regona alla confluenza tra l’Oglio e il Chiese, dell’Oasi delle Bine.
Il percorso identifica un terrazzamento modellato dal fiume, ma anche da un colatoio glaciale, diventato poi il Naviglio: una porzione di territorio dalle antiche origini geologiche (Riss- Wurm ) circondato da una vasta area paludosa, che si dilatava  sino alla confluenza con il Chiese. 
Reperti fossili testimoniano la presenza non solo di animali estinti (bisonte, mammut, ippopotamo, elefante ecc), ma anche l’alternanza di Ere climaticamente contrastanti.
In estate, percorrendo le rive del fiume, si scoprono numerose le tracce dei primi villaggi, degli uomini delle acque, che per primi hanno iniziato la conquista della pianura. Su questa porzione di territorio, certamente difficile ed ostile per l’uomo, nasce il borgo franco di Canneto come struttura strategica per il controllo del fiume-autostrada e confine di stato. 
Vuole essere altresì un percorso che ci aiuta a riscoprire antiche relazioni tra la città e il fiume ed il fiume e la città: un rapporto vitale per la sopravvivenza e lo sviluppo dell’economia locale. Tramite urbanistico è stato il Naviglio, antica via del sale e fonte energetica per i numerosi laboratori artigianali e industriali locali. 
Con il percorso si mette in luce un sistema complesso di ingegneria ambientale, dove la regimazione e il governo delle acque, che si distribuiscono con grande razionalità sul territorio circostante, sono tuttora una risorsa. Da questa ricchezza è nata un‘economia produttiva particolare, che si è sviluppata nei secoli: il sistema orticolo - vivaio. 
L’itinerario ha pure il compito di valorizzare un paesaggio modellato dall’uomo: esempio singolare di come l’acqua sia stata la motivazione principale non solo per l’economia, ma anche per la crescita di una visione estetico-paesaggistica, che sfocerà nel culto della creatività. Un paesaggio giardino che aspetta di essere riscoperto e avvalorato, vista la trascuratezza e talvolta l’abbandono che ha subito in questi ultimi cinquanta anni.
Passeggiando sull’argine è possibile scoprire che più di cento erbe sono commestibili e curative e che anch’esse, unitamente a alberi e animali, sono parte del nostro patrimonio culturale. Sono una risorsa gastronomica, utilizzata nel passato dalle popolazioni e in buona parte tramandate, come ad esempio il risotto alla Malva, tanto apprezzato da Carlo Magno oppure “ l’erba sghirlèta che tuti i mai la lèca”(Prunella) o l’erba malva che da tuti i mai la te salva, cioè panacea per tutti i mali.
 Scoprire inoltre che ritualità e miti, che scandivano il Folklore e il calendario Liturgico, hanno preso spunto dal nostro ambiente (Mostri acquatici, Simbologie solari e vegetali, Cristo Risorto ortolano, Madonna del Giardino,ecc.), ci fa apprezzare e coinvolgere da un pensiero dalla visione cosmica: il paesaggio, il lavoro, sono diventati il tramite per l’elevazione dello spirito.
Percorrendo l’argine, seguiti dal fluire generoso dell’acqua, si scopre che  essa, da sempre, ha  accompagnato l’uomo nel suo lavoro: i “Cavallanti” nella risalita del fiume o i “Peota” (i marinai d’acqua dolce) nella guida delle imbarcazioni. Cavatori e Mugnai hanno concluso il loro lavoro, da tempo non contendono all’acqua le sue risorse.
Forse il fiume si è ripreso il suo dialogare fatto di atmosfere sospese e percezioni, che, nel nostro tempo frenetico, sono da considerare una ricchezza, una risorsa che ci aiuta a riscoprire un silenzio che parla di antiche storie e nuove fantasie.
Il percorso porta il visitatore all’area di sosta, orto botanico che si affaccia come una terrazza sul fiume.
Essa è dedicata a Luigi Gabella, tra i fondatori dell’Ecomuseo, estimatore e proprietario di questa porzione di area, che a sua memoria la famiglia ci ha concesso in gestione.
Luigi da sempre è stato il “cantore” della natura, idealmente il portavoce di questo progetto. Per tutta una vita ha lavorato e sognato un pezzo di terra lungo il fiume, desiderio che ha soddisfatto negli ultimi anni della sua esistenza. Uno smisurato amore per la sua terra che concretamente doveva sintetizzare la simbiosi tra l’ambiente naturale (il fiume con la sua scarpata coperta da associazioni vegetali autoctone) e il giardino coltivato dall’uomo.
Le sue origini contadine si esaltavano nella preziosa e minuscola ”seconda casa” èl casen, (piccola casa), con il pergolato ombreggiante la sua panca che gli ricordava l’infanzia. Nella sua visione agronomica non poteva mancare il vigneto di “clinto” (antico vitigno molto simile al fragolino), la siepe di biancospino, di acero campestre (opi), che non solo delimita il confine, ma allo stesso tempo costituisce il rifugio per numerose specie di uccelli. Poi c’è il frutteto, per antica consuetudine disposto lungo il perimetro del campo. Non può infine mancare il filare dei gelsi, che gli ricordava la faticosa produzione del baco da seta.
A fare da  tramite tra il fiume, la scarpata e il campo, il boschetto di noci, alberi da lui considerati nobili, quasi magici.
La sua giornata era impegnata nella sua terra, organizzata come un orto-giardino. Non mancavano le api, altra sua passione, sotto gli olmi in prossimità della siepe di ligustro. Quando l’età si faceva sentire, si sedeva sotto il pergolato a leggere vecchi e sdruciti libri di poesie, narrazioni o descrizioni botaniche, oppure  verso sera si fermava a pescare nella sua piazzola, sul fondo della scarpata, in prossimità del fiume.
Ascoltava lo scorrere prezioso del tempo, trasportato dalla corrente del fiume, nell’attesa di una emozione. Osservava il picchio nel suo lavoro martellante,   apprezzava il canto ritmato del cuculo o del germano che segnavano il territorio, gustava il profumo del fiume, del roveto, dell’acacia o semplicemente ammirava l’andirivieni delle sue api che dolcemente lo sfioravano, come uno di loro.
Soleva ripetere soddisfatto "Questo è il mio Paradiso!".
Sono i profondi legami che testimoniano una terra che ci parla e fa parte di noi, che ci invitano a riflettere su ciò che abbiamo perso, ma che possiamo facilmente ritrovare.
Navigare alla scoperta della storia del territorio è un percorso che fa riflettere sulle tematiche della cultura materiale e immateriale, facendo riemergere le idee di fondo che hanno animato le comunità di questa parte di pianura: idee che si sono svelate e tradotte in progetti, che hanno prodotto altre idee, utili non solo per ricostruire le identità dell’Ecomuseo, ma tuttora vitali per interpretare il nostro tempo e le scelte future.     
 
 
 
 
 
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